La fine di un “MITO”

Nel mondo delle quattro ruote ci sono auto che rimangono, per un motivo o per un altro, nell’immaginario collettivo. Diventano leggende per le loro prestazioni o la bellezza delle linee come nel caso della Ferrari 250 GTO e della Bugatti Type-57 SC Atlantic. Spesso, però, sono vetture per pochi privilegiati. In alcuni casi anche auto non certo di lusso o sportive diventano icone senza tempo. In Italia, per esempio, nessuno può mettere in dubbio la popolarità delle Fiat 500 e Panda. Lo stesso vale per altri modelli europei, a partire dal mitico Maggiolinodella Volkswagen, che oggi chiude ufficialmente la sua storia di quasi 80 anni di vita, 20 dei quali sotto forma di New Beetle.

Le radici storiche del Maggiolino. La nascita della prima “auto del popolo” tedesca affonda le sue radici in uno dei periodi più drammatici del Ventesimo Secolo. L’idea di quello che sarà il Maggiolino è infatti di Adolf Hitler, che nel 1934, l’anno dopo aver preso il potere in Germania dando il via a una dittatura efferata e sanguinosa, annuncia il suo progetto di un’auto destinata appositamente alla motorizzazione di massa dei tedeschi sulla falsariga di quanto avvenuto negli Usa con la Ford Model T e in Italia pochi anni prima con un’altra vettura rimasta impressa nell’immaginario collettivo, la Fiat Balilla. Hitler mette in gara Ferdinand Porsche e Jakob Werlin della Mercedes-Benz. A spuntarla è la Porsche che nel 1936 presenta i primi prototipi e nel 1939 avvia la produzione in un nuovo stabilimento a Wolfsburg la cui storia meriterebbe un pezzo a parte. Pochi mesi dopo, però, scoppia la Seconda Guerra Mondiale e la storia cambia in modo improvviso e drammatico.

L’epopea del dopoguerra. La produzione riparte, tra mille difficoltà, nel 1945 e da allora il Maggiolino inizia ad assumere un ruolo sempre più importante per l’economia tedesca: diventa il simbolo della rinascita industriale della Germania e contribuisce alla motorizzazione di massa. Il perchè non è certo dovuto a Hitler, quanto alle geniali soluzioni volute dalla Porsche: il motore posteriore boxer raffreddato ad aria, la trazione posteriore, la scocca portante e il telaio a ruote indipendenti consentono di aumentare lo spazio e il confort dei passeggeri. Il prezzo, poi, e le azzeccate campagne di marketing fanno il resto. Basti pensare che già nel 1946 le catene di montaggio di Wolfsburg arrivano ad assemblarne ben 10 mila esemplari, una cifra per il periodo quasi iperbolica, e nel 1955 sfornano il milionesimo esemplare. È, però, nei decenni successivi che la fama dell’auto assume contorni particolari e paradossali. Partorita dalla mente di una persona sinonimo di dittatura si trasforma in un simbolo di libertà: diventa, insieme al Bulli, l’auto per eccellenza della Beat Generation e degli Hippie americani. Il successo commerciale, in tutto il mondo, è tale da spingere la Disney a creare perfino una saga cinematografica dedicata al Maggiolino: nel 1968 arriva nelle sale americane “The Love Bug” (in Italia il titolo è “Herbie, il Maggiolino tutto matto”).

Una storia messicana. Ed è proprio la Golf a rappresentare uno spartiacque per il modello ideato da Ferdinand Porsche. Nel 1974 la sua produzione viene fermata a Wolfsburg per l’imminente arrivo sulle linee di assemblaggio della vettura partorita da un altro genio come Giorgetto Giugiaro, ma prosegue a Puebla fino al 2003. Intanto, però, a Wolfsburg decidono di dare un rinfrescata alla vettura. È Ferdinand Piëch, nipote di Porsche, a volere un restyling  nei primi anni 90 (il prototipo viene presentato a Detroit nel 1994) seguendo le mode “vintage” del periodo e nel 1998 esce la “New Beetle”. Il Maggiolino perde, però, la sua aurea con le nuove forme moderne. Smarrisce, soprattutto, quelle sue caratteristiche di anticonvenzionalità e popolarità che l’hanno resa famosa. Sul mercato, come dimostrato dal prezzo, viene posizionata troppo in alto rispetto al passato e così inizia a perdere progressivamente slancio commerciale. Non è più il successo di un tempo: è diventata un’auto di nicchia che deve fare il conto con un passato da prezzi popolari e un presente che vede le preferenze dei consumatori spostarsi sempre di più verso modelli a ruote alte, negli Stati Uniti come in Europa. Le poche migliaia di unità vendute dopo il 2010 non garantiscono più il necessario ritorno sugli investimenti e lo scorso settembre la Volkswagen ne annuncia la fine della produzione con l’avvio della vendita di una “final edition”. Ora l’ultimo esemplare assemblato da Puebla, il numero 5.961, andrà in un Museo, ma il Maggiolino rimarrà nella storia.

fonte quattroruote.it

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